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Banditi baroni viceré

Libro con copertina morbida, pag. 628.
isbn
parole chiave: Carlo V, viceré di Napoli, Pietro di Toledo, Sanseverino, marchese Carrafa, Pacheco, Alcalà, Granvelle, Alessandrino, conte di Miranda, Mondejar, Marco Berardi, Marco Sciarra, Olivares, conte di Lemos, Ossuna, Monterrey, duca di Medina, Oñate, Castrillo.
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Si può dire che la povertà e le altre cause oggettive siano state le minori e non sempre cause determinanti del banditismo e di ogni forma di violenza. E ciò si può constatare anche osservando che in molte società e in molti paesi c'è e ci fu povertà, e spesso molta povertà, ma non banditismo e violenza. Più che l'enorme divario tra le fortune di pochi ricchi e l'estremo bisogno di molto poveri furono la prevalente arbitraria condotta e la disinvolta violazione delle leggi che produssero.


omissis

Il 28 giugno 1532 moriva il cardinale Colonna e il 4 settembre dello stesso anno giungeva a Napoli don Pedro di Toledo. Spagnolo, estraneo alle vicende del regno e piuttosto autoritario, il nuovo viceré poté presto accertare che l’allarme dato dal suo predecessore non era esagerato. Trovava che le condizioni del dominio erano peggiori di quelle da lui denunciate. E pochi mesi dopo, il 21 giugno 1533, in una relazione sottoscritta anche dai reggenti del consiglio collaterale e dal tesoriere del regno, scriveva al sovrano che le finanze del dominio che governava erano dissestate, che la mancanza di denaro non consentiva di far fronte alle richieste di rimesse che venivano dalla Spagna e che era preclusa ogni possibilità di «sacar dinero» nemmeno contraendo prestiti a causa della sfiducia dei privati cresciuta per l’assottigliarsi delle pubbliche entrate disponibili e del deficit di bilancio. Chiedeva pertanto al sovrano di autorizzarlo a ricorrere all’unico espediente possibile, che consisteva nel concedere ai baroni «ampliaciones de officios». Si riprometteva di fermare la corruzione e combattere gli abusi, ma era costretto ad accrescere il numero degli uffici feudali, cioè ad aumentare il potere dei baroni nei feudi e a indebolire quello regio per ricavare denaro. Intanto constatava che il disastro non era solo finanziario. Il disordine, la corruzione, le disfunzioni, i misfatti e la riottosità di molti sudditi di ogni condizione sociale erano giunti agli estremi. Si accinse quindi a correre ai ripari. Esaminò con cura la situazione e, nonostante le difficoltà, concepì e sottopose al sovrano alcune necessarie riforme e prese alcuni drastici provvedimenti. Nel 1535 indicava la necessità di correggere connivenze e collusioni tra i componenti di alti uffici, tribunali e consigli, come giudici della vicarìa, reggenti del consiglio collaterale e tesorieri, e ufficiali e giudici minori. Bisognava impedire che ufficiali e giudici si arricchissero illecitamente. Proponeva che si proibissero nei tribunali le «composizioni», cioè le conversioni di pene corporali in pene pecuniarie, e che giudici e ufficiali venissero remunerati con salari fissi, per impedire l’esazione di proventi indebiti e maggiorati. Riteneva necessario che ufficiali e giudici fossero scelti accuratamente, che nella scelta si premiasse il merito e che non si tenesse conto delle istanze che avanzavano specialmente i baroni per ottenere cariche e uffici in cambio di denaro o di servizi resi alla corona. Trovava che la connivenza, la collusione, la corruzione, gli abusi e le sopraffazioni erano cause del malcontento, della disperazione e della reazione dei sudditi, ai quali era perciò preclusa ogni giustizia. Tra l’altro, proponeva che almeno due reggenti del consiglio collaterale fossero forestieri e contraddiceva così le promesse che Ferdinando il Cattolico aveva fatto di riservare gli alti uffici e tribunali e i consigli a napoletani e a sudditi del regno. Indicava la necessità di prendere drastici provvedimenti per assicurare il «culto de la justicia y beneficio de los pueblos». Le riforme e i provvedimenti che proponeva il viceré Toledo erano necessari per scongiurare gli effetti deleteri della disfunzione degli uffici, della corruzione e degli arbìtri degli ufficiali e degli abusi dei baroni nei feudi. L’effetto più diffuso e preoccupante di tanta corruzione e di tanti eccessi era il crescente numero di rivoltosi e fuorilegge. Le province erano infestate di migliaia di banditi e la capitale era sede di innumerevoli delitti. E banditi e fuorilegge trovavano rifugio, protezione e impiego anche nei feudi. La Calabria ne era colma e nella parte meridionale della regione affluivano, in aggiunta a quelli esistenti, i banditi che trovavano comodo e utile trasferirsi dalla Sicilia. Nel 1535 la loro crescente presenza e il loro trasferimento preoccupavano il viceré, che ne faceva oggetto di una relazione al sovrano, nella quale spiegava: «[...] que muchos delinquentes contumaces bandidos y forbandidos y foryudicados del Reyno de Sicilia por la comodidad que hallan en el recepto de los barones de dicha provincia [di Calabria ultra] y de otras personas propincas a dicho Reyno se tienen a Calabria y andan a suplazer por las tierras y lugares de dichos barones iatandose de los delictos que an cometido y declarando el animo que an cobrado de cometer otros majores delictos y robos [...]». Proponeva quindi che il sovrano lo autorizzasse a prendere drastici provvedimenti per eliminare tanto disordine, tante violenze e tanto malcostume. E indicava i maggiori autori di tanto scompiglio, che non erano solo i baroni e la loro condotta, complice e connivente con i banditi, ma la farragine di leggi, il complicato iter della giustizia e la condotta di numerosi servitori del sovrano e tutori dell’ordine pubblico. Per questi grandi difetti si verificava che molti individui, specialmente benestanti, autori di efferati delitti, riuscivano a protrarre all’infinito i tempi dei processi e delle sentenze. Tra l’altro, sfuggivano ai processi che si sarebbero dovuti tenere nelle udienze provinciali, facendo ricorso al tribunale della vicarìa di Napoli. E molti ufficiali regi, come il mastro portolano e il governatore della regia razza, solevano creare, come facevano i baroni, loro sostituti e subalterni uomini di malaffare, delinquenti e banditi. Negli anni seguenti, dopo avere individuato e indicato le «cosas que [Su] Mayestad deberia arreglar en el reyno de Napoles», si accinse a porre il necessario rimedio. Bisognava correggere il malfunzionamento degli uffici, la condotta degli ufficiali, la corruzione dilagante, gli abusi dei baroni nei feudi; e soprattutto si doveva impedire che si verificassero gli innumerevoli crimini e le violenze del crescente e minaccioso numero di banditi. Per riuscire nella difficile impresa il Toledo andò sempre più accentrando il potere nelle sue mani. Accrebbe il controllo che esercitavano i membri della camera della sommaria, il supremo organo finanziario, sui bilanci delle città e sulla condotta dei pubblici ufficiali. Ma essendosi rivelato inefficace il controllo esercitato da quegli ufficiali, come Bartolomeo Camerario nominato nel 1536 e, prima di lui, Luis Ram e Alonso Sanchez, il Toledo fece inviare dalla Spagna nel 1539 il primo visitatore generale del regno, don Pedro Pacheco, allora vescovo di Mondoñedo. Insistette sempre più e impose la necessità di nominare consiglieri e alti ufficiali elementi forestieri, specialmente spagnoli. Proseguì sulla via intrapresa. Nel 1539 riformò i più elevati organi amministrativi e giudiziari . Fece di tutto per combattere disfunzioni e corruzione che si perpetravano da decenni. Eliminò qualcuna delle loro cause che egli credette principale. [...]
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All’origine del deterioramento sociale e del sostanziale mutamento dei rapporti tra il centro e la periferia vi erano l’indebitamento della finanza pubblica e il connesso cedimento e indebolimento del potere regio. Nel seicento, e specialmente dopo il secondo decennio, andarono sempre più aumentando la pressione fiscale, l’entrata e la spesa pubblica, mentre decrebbe il numero degli abitanti e all’inflazione non più galoppante si alternarono fasi di deflazione. Il derivante maggior peso che gravò sulla popolazione si aggiunse alle numerose epidemie che esplosero qua e là e all’aumento del numero delle sopraffazioni e dei sopraffattori. Tutto ciò fu un flagello che rese l’esistenza malsicura e insopportabile più di quanto fosse stata nel secolo precedente, quando si erano andate formando le condizioni del deterioramento e dello sconvolgimento. Nel corso del cinquecento la spesa pubblica era sempre stata eccessiva, il deficit del bilancio continuo e il debito pubblico crescente fino ad assorbire alla fine del secolo la massima parte delle entrate, mentre il patrimonio regio si era andato spogliando di cespiti, di diritti e di prerogative. Ma allora il sovrano era stato fermamente convinto della necessità di porre un freno al prevalente andazzo, di rimettere ordine, di imporre il proprio potere e la propria autorità e di assicurare la pace e la sicurezza ai sudditi. E aveva dato direttive in tal senso, anche se era stato costretto dal bisogno finanziario a contraddirle spesso chiedendo assistenze e contributi, che il governo del regno aveva dovuto sempre procurarsi a scapito della propria autorità e della propria azione. Anche se tra molte difficoltà, il governo del regno aveva imposto la propria autorità e aveva cercato sempre di mettere ordine. Dal quarto decennio del cinquecento aveva provveduto a combattere il malcostume, a impedire eccessi e prevaricazioni e a tutelare le prerogative della giurisdizione regia. Viceré come il Toledo, l’Alcalà, il Granvelle, l’Olivares avevano cercato di limitare la spesa pubblica e di contenere l’indebitamento e l’alienazione del patrimonio regio. Nel governare erano stati attenti e, spesso, severi, ma avevano incontrato grandi ostacoli essendosi dovuti adeguare alle contraddittorie direttive del sovrano e del governo di Madrid. All’avvento di Filippo III al trono di Spagna nel 1598 il deterioramento delle condizioni del regno era giunto agli estremi limiti e procedeva senza sosta. Nei primi anni del seicento aumentavano la pressione fiscale e l’entrata pubblica, che era sempre stata insufficiente a coprire la spesa producendo continuo deficit, e si accumulava altro debito. Per far fronte alle perenni necessità finanziarie della monarchia, il sovrano autorizzava la vendita di diritti, di uffici, di prerogative e di ogni restante cespite del proprio patrimonio. Continuava così a spogliarsi del proprio potere e a menomare l’autorità del governo e l’efficacia dei suoi provvedimenti. Nel regno la corruzione e le disfunzioni crescevano a dismisura. I provvedimenti che aveva preso il governo nel corso del cinquecento per contenerle avevano avuto scarsi risultati. Neppure le visite generali avevano avuto migliore esito. I solerti visitatori, come don Gaspare De Quiroga dal 1561 al 1563 e don Lope De Guzmán dal 1581 al 1583, avevano più volte battuto il territorio, erano penetrati nei feudi e negli uffici, avevano esaminato migliaia di testimoni. Avevano raccolto accuse e denunce e avevano scoperto corruzione, abusi, illegalità e i loro autori. Avevano, ogni volta, inviato montagne di carte processuali in Spagna, da dove, dopo anni, erano giunte le punizioni. Ma nel frattempo gli accusati, autori della corruzione e degli abusi, avevano continuato ad abusare e a rubare «più assai di prima», mentre coloro che avevano subìto le punizioni tornavano ad occupare uffici e cariche, ad amministrare, ad abusare e a commettere eccessi come avevano fatto in passato. Nel seicento aumentarono corruzione e disfunzioni e le difficoltà di contenerle. Nel primo decennio il viceré conte di Benavente si trovò a governare un paese sull’orlo della bancarotta e constatò la propria impotenza a porvi rimedio. Mentre persisteva la mancanza di risorse, continuavano a piovere le richieste di contributi provenienti dalla Spagna. La situazione era insostenibile e bisognava uscirne o trovando nuove risorse o interrompendo la fornitura di contributi. Non potendo rinunciare alle rimesse di contributi, il sovrano e i suoi ministri di Madrid decisero di ricorrere al reperimento di nuove risorse. Quando nel 1610 giunse a Napoli il viceré conte di Lemos, successore del Benavente, il dissesto era totale. La finanza pubblica era fallimentare, l’amministrazione era corrotta e mal funzionante, il disordine diffuso e i provvedimenti del governo inefficaci. Il Lemos mise mano ad alcune riforme per normalizzare soprattutto la critica situazione finanziaria e amministrativa. Emersero irregolarità nella condotta di alti ufficiali, falsità ed errori contabili anche nelle voci del bilancio. Si eliminarono alcune spese e furono corretti eccessi, disfunzioni e abusi; e si riuscì a recuperare ingenti somme. I risultati erano notevoli, ma furono di breve durata, annullate presto da incalzanti richieste di denaro da inviare fuori del regno. Le superiori esigenze della monarchia continuarono a prevalere su quelle del dominio. Era facile constatare che le risorse che si andavano recuperando, invece di essere destinate alle necessità di governo e al contenimento del debito pubblico, dovevano coprire le incessanti richieste di assistenze che giungevano dalla Spagna. Era pure facile dedurre che se si voleva dare forza e autorità al governo per realizzare nel regno un’efficace opera di risanamento, bisognava disporre dei mezzi necessari, impiegando le risorse disponibili che in gran parte erano inviate fuori, destinate alle rimesse di contributi. Bisognava procurarsi quei mezzi facendo restare nel regno le risorse disponibili. Come aveva fatto per primo il viceré Toledo otto decenni prima, quando aveva proposto al sovrano la temporanea interruzione della richiesta di contributi per evitare che nel regno crescessero la spesa e il debito pubblico allora modesto, il Lemos indicò quella sola via da seguire. Propose al sovrano di rinunciare temporaneamente alle rimesse di assistenze per consentirgli di governare con efficacia. Ma come era successo al Toledo e, poi, all’Alcalà, la proposta del Lemos non ebbe esito. Pur essendo apprezzata a Corte, quella proposta non poteva avere esito, come proposte del genere non l’avevano mai avuto in passato, perché cozzava con il persistente e crescente bisogno di denaro della monarchia . Falliva così il tentativo del Lemos di invertire la rotta. Si dileguavano presto i risultati della sua azione di governo, come svanivano gli sforzi che il suo successore, il viceré duca d’Ossuna, faceva dal 1616 al 1620 per migliorare le condizioni del regno. Con quanto poteva disporre, egli si prodigò per restituire libertà e autorità ai tribunali eliminando abusi e ingiustizie, per [...]
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