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Fossa

Libro con copertina morbida, pag. 176.
isbn 9788891081025
parole chiave: Fossa, Villa San Giovanni, seta grezza, Ruffo, Scilla, filande, gelso, Tropea, Aldobrandino, Caracciolo Rocco Antonio, Campo Calabro, Cannitello, Aspromonte, Fiumara di Muro.
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È analizzato un caso indicativo, uno dei tanti, di ciò che è avvenuto nel seicento in un feudo del Mezzogiorno d’Italia. Al contrario di quel che è stato sostenuto risulta che non ci fu rifeudalizzazione e diminuzione della produzione, ma .....


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Il territorio del feudo di Fiumara si estendeva dal mare ad occidente alle montagne dell’Aspromonte ad oriente, ai confini dei feudi di Sinopoli e Scilla a Nord, al limite del territorio della città di Reggio a sud e di quello del feudo di Calanna, che era possesso dello stesso feudatario, a sud est.

«Tutto lo detto territorio – scriveva nel 1643 Francesco Antonio Mercati, scrivano del Sacro regio consiglio e revisore dei beni e delle entrate del feudo di Fiumara di Muro – è di circuito di miglia 35, cioé dalla parte di tramontana confina con la terra dello Sciglio per miglia 10, da ponente con lo lato della marina della Catona sin lo faro di Messina per miglia otto, da mezzogiorno con li territori, della città di Reggio per miglia 2, da levante con li territori della terra di Calanna per miglia 6, con lo territorio di Santo Stefano per miglia 4 e con la terra di Sinopoli per miglia 5. Nel quale territorio cossì descritto e confinato si comprendono montagne, boschi d’alberi, castagneti et boschi di querque et castagne. Vi sono ancora altre montagne, ma sono spennate, sassose e sterile. Vi sono colline, valloni, territorio piano, fiumi correnti et acque in grande abondanza».

Il territorio del feudo aveva un perimetro di 35 miglia e una superficie di 90 miglia quadrate. L’abitato di Fiumara era in un luogo angusto e scosceso, stretto tra un torrente e le falde di colline e di monti che non rendevano possibile l’espansione dell’agglomerato, se non a scapito di attigui e poco estesi giardini di gelsi. A sud era fiancheggiato da un torrente che scendeva dall’Aspromonte e giungeva a Catona, un luogo della costa. A est, a qualche miglio verso la montagna, sorgeva il casale di San Roberto, un agglomerato più piccolo con amministrazione delegata dall’università di Fiumara. A ovest, a poche miglia da Fiumara, alcuni minuscoli nuclei di abitazioni erano situati lungo la costa. Da nord a sud, a distanza di tre miglia circa l’uno dall’altro, i nuclei principali erano «Cannatello», «Azzarello», «lo scaro della Catona» e, a poco più di un miglio dalla costa, «Salice», a est di Catona, e «lo Campo», situato in una zona pianeggiante alquanto elevata a qualche miglio a ovest di Fiumara e a est di «Azzarello» e del territorio che si stendeva lungo la costa detto «Fossa». Dal confine con il territorio di Reggio al confine con il territorio di Scilla, per otto miglia vi erano due minuscoli agglomerati, «Azzarello» e «Cannatello», e qua e là poche povere case abitate da braccianti e pescatori.

Quella striscia di terra si stendeva da sud a nord per sei miglia e quindi volgeva a nord est per altre due miglia fino alla località «Cannatello» e oltre, posta di fronte al «faro di Messina», al capo Peloro. Fino al 1632 fu, in massima parte, una zona brulla, «campese». Nella parte di essa posta a nord est vi erano un esteso canneto, una chiesa e un modesto agglomerato, abitato da pescatori e contadini; e per via del canneto la zona era nominata «Cannatello». Nella parte di essa posta a sud, tre miglia prima di Catona, c’era un «casale», un modesto agglomerato nominato «Azzarello» e situato su una collinetta, a ridosso della zona piana sottostante, detta «Fossa», e abitato anch’esso da poche decine di famiglie di contadini e pescatori. Tra i due agglomerati dunque si stendeva «Fossa», un territorio piano, incalzato a est da colline e solcato da alcuni torrenti di solito asciutti.

Molto tempo dopo, e cioé dalla seconda metà del settecento, nel territorio di Fossa si andò formando un agglomerato che, nel corso dell’ottocento e dei primi decenni del novecento, andò crescendo, popolandosi sempre più. Divenne una cittadina che non conservò il nome della località in cui era sorta, non si chiamò Fossa, cioè luogo posto in basso, ma derivò il nome da una cappella dedicata a San Giovanni Battista, che là esisteva da tempo. Dalla cappella e forse da un fabbricato posto in luogo eminente che doveva sembrare una villa, la cittadina mutuò il nome Villa San Giovanni, che si andò formando e andò crescendo per l’immigrazione dall’interno. Molte famiglie furono attratte dalle crescenti opportunità che offrirono loro l’incremento e lo sfruttamento di prodotti agricoli. Ad attrarle furono fonti di lucro allora remunerative: la coltivazione di gelsi e la produzione di seta grezza.

Nelle case di contadini e di affittuari, locali più o meno angusti contenevano i «cannizzi» su cui si alimentavano le larve con la fronda dei gelsi e gli attrezzi per ottenere i bozzoli di seta grezza. Il prodotto era allora molto richiesto e i proventi che da esso si ricavavano consentivano a contadini e affittuari di integrare lo scarso reddito derivante dal lavoro nei campi. Nel tempo, e specialmente nel corso del settecento, in molte case, agli attrezzi per la produzione della seta grezza si aggiunsero quelli per la produzione del filato. Chi poté non si limitò a produrre bozzoli, ma si attrezzò per trarne fili. E in seguito, nel corso dell’ottocento e fino ai primi decenni del novecento, questo secondo stadio della produzione, quello del semilavorato, si svolse non solo nelle povere case di contadini e di affittuari, che formavano la massima parte degli abitanti, ma anche in quelle di ex affittuari divenuti benestanti, in locali sempre più grandi e spaziosi. Alcune famiglie di affittuari, che dopo l’eversione della feudalità [...].
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Emerge a questo punto quel che ho già sostenuto in un mio scritto di alcuni anni or sono.

Nel Mezzogiorno aumentò la produzione nel corso del seicento e, con essa, aumentò il reddito globale. Quell’aumento della produzione e del reddito giovò poco alla massima parte della popolazione, mentre impinguò i patrimoni di baroni e di grandi proprietari. A differenza di pochi privilegiati, piccoli proprietari e professionisti, appartenenti al ceto sociale degli onorati, che nel passato avevano svolto un ruolo di primo piano nei parlamenti e nei consigli cittadini e nella gestione della cosa pubblica, videro decrescere i loro proventi e diminuire la loro importanza. I componenti del ceto sociale più numeroso, che traevano dalla terra, dal lavoro manuale e dall’artigianato il loro reddito, non mutarono le loro pessime condizioni di vita. Contadini e artigiani subirono il decremento del valore reale dei loro proventi per l’aumento dei gravami fiscali e per la maggiore pressione che andarono esercitando su di loro i feudatari e i grandi proprietari.

Nella società (omissis) massima parte della popolazione. Contadini, artigiani e piccoli produttori, pur essendo molto numerosi nella società, non poterono allora, come non avevano potuto in passato, evitare gli effetti dell’iniqua distribuzione del reddito e le prevaricazioni dei pochi detentori del potere locale. Tanta parte della popolazione fu quindi pressoché esclusa dai benefici derivanti dall’aumento del reddito globale. Subì gli effetti del deterioramento sociale e politico: nelle sedi in cui si esercitava il potere e si amministrava la cosa pubblica, gli arbìtri e le prepotenze di baroni e di ricchi proprietari resero ininfluente il potere contrattuale e ridussero i benefici della massima parte della popolazione. Nei parlamenti e nei consigli cittadini i rappresentanti del ceto popolare subirono gli effetti del crescente peso del potere oligarchico, che si fece sempre più evidente anche negli statuti cittadini durante il seicento. Nei feudi i baroni divennero più attenti e opprimenti.

Tutto questo avveniva mentre cresceva il reddito globale, realizzato (omissis) di far valere i propri diritti. Oltre a incrementare lo sfruttamento delle loro terre, baroni e proprietari monopolizzarono la produzione e la commercializzazione dei prodotti svolgendo attività e pratiche in massima parte fuorilegge, come l’incetta e il contrabbando. Esportarono clandestinamente gran parte della produzione da loro promossa e monopolizzata. La destinarono fuori del regno per vie illegali e ne introitarono il ricavato non gravato da obblighi fiscali e poco gravato da spese di produzione. Fecero tutto ciò evadendo il fisco e rendendo poco partecipe la massima parte della popolazione che aveva reso possibile la produzione e il loro arricchimento. Fecero tutto ciò mentre il mercato interno e il consumo restarono compressi per i bassi salari, per la elevata pressione fiscale e per quella esercitata dall’arbitrario potere locale.

Così facendo baroni e proprietari si appropriarono grandissima parte del reddito globale, la cui destinazione ebbe l’effetto particolare di impinguare smisuratamente i patrimoni di pochi e di non essere di alcuna utilità per gli effettivi produttori della ricchezza e per l’intera società.

Di solito, in una società evoluta, l’aumento della produzione e del reddito globale si traduce in aumento della ricchezza di un paese più o meno equamente distribuita tra i suoi abitanti. Nella società del seicento del Mezzogiorno d’Italia, l’aumento della produzione che fu destinata in gran parte all’esportazione clandestina e al consumo fuori del regno, incrementò i redditi privati di baroni e di pochi appartenenti ai ceti più elevati che detenevano il potere locale, economico e sociale. Il ricavato dell’aumento della produzione non ebbe alcuna incidenza sul consumo e sul livello di vita della massima parte della popolazione. Anzi, si può dire che i redditi degli abitanti del regno stagnarono in massima parte e, forse, decrebbero: oggetto, come furono, di molti arbitrari gravami. E questo andamento dei redditi dei più creò confusione nell’osservatore e gli fece dire che nel seicento ci fu diminuzione della produzione. […]
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